Risultati sondaggio

Ecco i risultati definitivi del sondaggio.

Innazitutto, in pochi giorni abbiamo avuto quasi 1500 visualizzazioni e oltre duecentotrenta risposte. Lo riteniamo un campione significativo della popolazione di giovani connazionali che guardano ad un potenziale rientro in Italia come un’opportunità da valutare.

In estrema sintesi: gli incentivi fiscali sono poco o nulla conosciuti fra chi si trova all’estero e potrebbe rientrare; allo stato attuale la stragrande maggioranza li ritiene insufficienti per spingerli a rientrare duraturamente, ma un loro potenziamento, anche soltanto un’estensione temporale, potrebbe innescare un controesodo di dimensioni importanti.

 

Residenza

Abbiamo risposte da ben 26 paesi; il paese da cui arrivano più risposte è il Regno unito (con oltre il 35%%), il che sottolinea il potenziale di rientri connesso alla vicenda Brexit. Seguono intorno al 5-6% Svizzera, Francia e Spagna, poi altri stati nord-europei quali Belgio, Lussemburgo, Austria,  Germania e Irlanda intorno al 3-4%.

Il continente Europeo è quindi saldamente in testa, ma ci sono poi potenziali soggetti localizzata in un nugolo di Paesi anche molto lontani geograficamente, quali Stati Uniti, Singapore, Taiwan, UAE, Nuova Zelanda e molti altri; dato che la maggior parte dei rispondenti è di nazionalità italiana, stiamo parlando di un potenziale bacino d’espansione enorme e sondato in minima parte.

Conoscenza della normativa sugli incentivi fiscali a chi rientra in Italia

Lo sapevamo benissimo (rispondendo quotidianamente a diverse email che ci arrivano proprio su questo tema), ma è comunque importante evidenziare che la legge sugli incentivi è tuttora molto poco conosciuta. Oltre il 41% la conosce solo vagamente, il 22% non la conosce: se consideriamo che c’è una quota di rispondenti che è già rientrata in Italia, possiamo dire che “là fuori”, ossia fra i potenziali talenti espatriati, oltre i due terzi non ha un’idea precisa sulle agevolazioni.

Efficacia delle agevolazioni

Il 75% non considera sufficienti le agevolazioni attuali, per spingerlo a rientrare permanentemente.

Si tratta di un dato molto forte; ci sono molteplici chiavi di lettura, noi sottolineiamo che al di là dell’effetto civetta, per giustificare un rientro permanente da parte di persone altamente qualificate, giovani e molto mobili serve probabilmente un potenziamento della legge. Potenziamento che servirebbe anche a massimizzarne il ritorno per il Paese, evitando che una volta esaurito il periodo incentivato, il lavoratore espatri nuovamente.

Come potenziare la legge

Fortunatamente, anche se la stragrande maggioranza non considera le agevolazioni attuali come sufficienti a spingerli a tornare, le proporzioni si invertono sulla efficacia di un loro “potenziamento”.

Se infatti c’è uno zoccolo duro, circa il 10%, che non è disposto a rientrare comunque, quasi il 90% lo prenderebbe in considerazione se gli incentivi fossero potenziati.

Il fattore più incisivo sarebbe il prolungamento del periodo di fruizione del beneficio fiscale: questo è molto ragionevole, nell’ottica di favorire un rientro “permanente” e duraturo, che per dei profili tendenzialmente giovani e ad alte potenzialità va ben oltre i 5 anni attuali.

Già soltanto con l’estensione temporale la metà dei rispondenti ritiene che la decisione di rientrare potrebbe cambiare in senso positivo.

 

 

In conclusione

C’è un bacino di connazionali (e non solo) molto ampio, gravitante in prima battuta sul continente Europeo, potenzialmente molto ricettivo all’opportunità di rientrare in Italia. Numericamente, i Paesi diversi dall’Unione potrebbero costituire un bacino ulteriore e poco sondato.

Come fare per innescare davvero un controesodo virtuoso?

Il primo problema attualmente è la scarsa conoscenza delle norme che agevolano fiscalmente il rientro in Italia. Quasi due terzi dei rispondenti le conosce poco o male. Il nostro Gruppo lavora da tempo per pubblicizzare le norme, farle conoscere, aiutare chi rientra o vuole rientrare a districarsi fra le pieghe della normativa: è però evidente che serve anche un supporto istituzionale.

Il secondo problema è che gli incentivi, per come sono strutturati…non bastano. Il messaggio è chiarissimo e viene dai 3/4 dei rispondenti. Sono ancora relativamente “timidi”, al confronto con quelli sul tavolo in altri stati, e soprattutto al cospetto di un contesto retributivo e occupazionale molto meno attraente (chi viene in Italia, spesso rinuncia nel breve periodo a retribuzioni molto più elevate e prospettive di carriera più rapide).

Gli incentivi vanno quindi rafforzati, nel quantum (la portata dei benefici) e nella durata (attualemnte 5 anni) . Una maggiore durata è l’aspetto su cui puntare, in quanto da sola potrebbe convincere la metà dei rispondenti a ri-considerare la decisione e prendere in considerazione il rientro in Italia.

 

Il messaggio è forte e chiaro. Come Gruppo Controesodo, stiamo lavorando per fare tesoro di queste indicazioni, e portare all’attenzione del legislatore proposte concrete per fare conoscere le norme sugli incentivi, e potenziarle adeguatamente.
Stay tuned!